C’erano una volta i giochi di ruolo
- il_Daimon

- 1 dic 2021
- Tempo di lettura: 4 min
Il genere ruolistico è uno dei più apprezzati dalla community di videogiocatori, per le sue molteplici forme e caratteristiche, tuttavia negli ultimi anni l’uscita di giochi di ruolo è via via diminuita, rendendo questi titoli quasi più unici che rari.


Il termine “gioco di ruolo” o “role-playing” viene introdotto da uno psicologo rumeno, Jacob Levi Moreno, nel 1934, in relazione alla tecnica dello psicodramma, ovvero quella pratica della psicoterapia dove il paziente recita un evento del suo passato. Ancora perciò non era legata al gioco, ma alla terapia.

Negli anni ‘70 iniziano a comparire le prime forme di RPG (role-playing game), una delle più rilevanti che ha avuto una grande influenza su molte altre opere è Blackmoor di Dave Arneson, che alcuni definiscono più un’ambientazione che un gioco vero e proprio. Quest’opera è stata la base di ciò che ha reso famoso e celeberrimo il gioco di ruolo, ovvero la creatura di Gary Gygax e dello stesso Dave Arneson, Dungeons & Dragons, pubblicato nel 1974. Con forti richiami al mondo creato da Tolkien, D&D consiste in un’avventura narrata e creata in un certo senso dal Dungeon Master, dove i vari giocatori devono impersonare un personaggio, scegliendo la razza, le caratteristiche, le abilità etc…

Nel mondo videoludico i GDR nascono da Rogue, considerato il progenitore del genere roguelike, è stato insieme ai MUD (multi user dungeon) fonte di ispirazione per molti titoli ambientati in mondi fantasy simili a quelli di D&D. Ma la serie che ha avuto un impatto maggiore è stata quella di Ultima, creata da Richard Garriott, il primo di questa serie fu pubblicato nel 1980, in tutto sono usciti nove titoli principali, più espansioni, un MMO ed altro.
In Giappone i J-RPG sono nati intorno agli anni ‘80, molte delle serie ruolistiche più conosciute sono proprio giapponesi, come Dragon Quest, Final Fantasy, Suikoden e la Xenosaga.
Negli anni ‘90 è esploso definitivamente questo genere, titoli come Diablo, o varianti come i Pokémon hanno sconvolto e appassionato una grande fetta di utenti, hanno contribuito non solo a far crescere il fenomeno del videogioco, ma hanno fondato il successo di grandi compagnie ancora oggi attive e influenti.

Si potrebbe aprire un’enorme parentesi su ciò che definisce il GDR, quali sono le sua qualità, i suoi connotati. In questa categoria rientrano talmente tanti videogiochi che sono nello stesso tempo simili e completamente diversi. Per esempio, molte opere seguono il filone di D&D, improntato sul “ruolare” appunto un personaggio, la trama perciò non è prettamente lineare, ma viene modificata dalle scelte degli utenti, mentre altri sono proprio l’opposto, per lo più quelli di origine nipponica, dove vi è una storia che non può essere plasmata, dove insomma l’utente deve “semplicemente” vivere quell’esperienza nell’unico modo possibile. Ma al di là di questo, quello che rende un videogioco un GDR è la struttura, il gameplay, tutto ciò che in termini ludici rende il personaggio fortemente caratterizzato e caratterizzabile.

Ultimamente escono sempre meno opere di questo genere, le motivazioni sono diverse, una è direttamente legata all’aspetto che ho evidenziato precedentemente, la “caratterizzazione”. Se prima era presente quasi esclusivamente in quella tipologia di videogiochi, nel tempo è stata sottratta al genere di appartenenza per essere inserita in contesti totalmente diversi, generando degli ibridi. Basti pensare all’ultimo God of War, che non ha solamente cambiato lo stile narrativo, l’ambientazione e quell’aura filmica che permea tutte le esclusive Sony, ma anche la struttura ludica, assorbendo le qualità un tempo tipiche di quel genere videoludico, inserite per arricchire l’esperienza e renderla in questo modo più longeva. Una consuetudine attualmente utilizzata dalla maggior parte degli studi, tanto che è veramente difficile in certi casi comprendere la natura di alcuni titoli. Un altro motivo, secondo la mia opinione, è determinato dai costi produttivi ormai esorbitanti, altamente rischiosi, dato che bisogna creare dei mondi vasti, pieni di personaggi, missioni, una trama non breve e scritta in un determinato modo. Una serie di elementi che scoraggiano gli sviluppatori, a causa anche dell’ondata di offese e accuse che potrebbero ricevere in caso di fallimento o di una visione differente dall’ordinario che spesso sconvolge negativamente l’ambiente videoludico, oltre i danni economici non trascurabili.

Il 3 Marzo del 2017 è uscita l’opera che ha cambiato profondamente questo medium, che ha segnato una parte della scorsa generazione e quella attuale, ovverosia The Legend of Zelda: Breath of the Wild. Le innovazioni introdotte sono così rilevanti da essere ormai imprescindibili negli open world, è perciò un punto di riferimento che difficilmente può essere ignorato. Anche negli FPS ormai sono visibili questi elementi, come nel prossimo Halo Infinite, definito da alcuni membri della critica, "Master Chief’s Breath of the Wild", o negli action open world come Elden Ring, sono bastati pochi minuti per notare subito le somiglianze con Breath of the Wild.

Per concludere, quegli aspetti tipici dei giochi di ruolo e dell’ultimo Zelda hanno influenzato in modo così netto e deciso il mercato da renderlo sempre più omogeneo, e poco diversificato, portando alla scomparsa di alcuni generi o sottogeneri. Forse per instillare nuova linfa vitale al genere ruolistico servirebbe una maggiore sperimentazione e un’evoluzione piuttosto rischiosa, ma che potrebbe dare i suoi frutti se ben ideata, magari proprio Starfield e il nuovo Dragon Age o Final Fantasy XVI e Dragon Quest XII, che promette di essere rivoluzionario, potrebbero fare il passo decisivo, per rilanciare una parte essenziale di questo medium che non deve scomparire.



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