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Remaster e Remake: il ricordo delle cose passate

Negli ultimi anni abbiamo assistito alla pubblicazione di centinaia di remaster e remake nell’ambito videoludico (e non solo), un fenomeno di dimensioni considerevoli, ormai quasi inarrestabile.


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Prima di tutto è bene specificare cosa si intende per remaster e remake. Le remaster o i processi di rimasterizzazione sono dei miglioramenti della qualità visiva per “adattarli” alle risoluzioni attuali e alle nuove console, ciò riguarda anche il frame rate e i vari effetti aggiuntivi per rendere più appetibile l’opera dal punto di vista grafico. Mentre i remake sono dei veri e propri rifacimenti di un’opera, non solo dal punto di vista tecnico, ma anche della storia e di tutto il resto, come nel caso dell’ottimo remake di Final Fantasy VII, almeno della prima parte, dove i cambiamenti appunto non hanno modificato solo la veste grafica, ma anche il gameplay, la narrazione senza stravolgimenti (a parte la discutibile sequenza finale…) e molto altro. Per specificare meglio i remake ritoccano e limano anche la narrazione e la storia, ma non come nel caso dei Reboot, che sono dei veri e propri inizi di una serie, nonostante riprendano alcune vicende o alcune idee di base di una saga/serie.Vi sono dei casi che possono essere considerati, invece, solo dei remake grafici, che non ritoccano appunto tutto il resto, come nel caso della Crash Bandicoot: N. Sane Trilogy oppure del più recente Demon’s Souls. Il fenomeno dei remake in realtà risale al 1980, quando Warren Robinett creò Adventure per l’Atari 2600, ovvero una versione “grafica” della avventura testuale Colossoal Cave Adventure, ma non è neanche un unicum, perché sempre negli anni ‘80 fu rilasciata la versione console del gioco arcade Space Invaders del 1978 e cosi via; in sostanza tutto questo processo è stata molto diffuso fin dalla seconda generazione.


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Ciò che è cambiato maggiormente rispetto al passato non è tanto la diffusione, ma la qualità di questi prodotti, soprattutto delle remaster. La maggior parte di queste sono veramente di infima qualità, a volte sono solo dei semplici porting venduti ad un prezzo che non rispecchia per niente la qualità del prodotto e venduti anche per qualcosa che di fatto non sono; basti pensare all’orribile remaster dei Devil May Cry, in particolar modo della trilogia, o per cadere nel ridicolo delle “remaster” di alcuni Final Fantasy.


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Operazioni del genere non rendono per nulla giustizia a opere così importanti e rilevanti di questo medium, piuttosto è meglio non realizzarle se questo è il risultato, poiché non fanno altro che “offendere” e sminuire il lavoro compiuto dal team originale. Questo fenomeno è diventato nel corso del tempo solo un mezzo per rilanciare alcune serie ormai in disuso e quasi dimenticate, o come puro e semplice mezzo commerciale, come se non riuscissero più a realizzare una nuova IP, sia per gli enormi costi di un titolo AAA che per la mancanza di coraggio e nel peggiore dei casi per mancanza di idee. Questo non riguarda solamente le remaster, ma anche i remake, produzioni sicuramente con budget molto diversi, ma che testimoniano la stessa mancanza di coraggio e di eccessiva insicurezza. Ma ciò che sinceramente mi preoccupa maggiormente è come questi annunci vengono accolti dal pubblico, con ovazioni e reazioni veramente esagerate, spinte per lo più da un sentimento di nostalgia sfruttato da major così grosse per smuovere denaro, e per evitare fallimenti con titoli magari più originali e nuovi che possono scuotere finalmente un mercato ormai saturo di remaster e remake.


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Pensiamo solamente al caso del recente annuncio del remake di Star Wars: Knights of the Old Republic allo showcase di Sony. Di effettivo cosi abbiamo visto? Niente, solamente un personaggio (Kotor) certamente caro ai fan della serie, ma nient’altro. Sappiamo tra l’altro che il titolo è sviluppato da Aspyr Media, uno studio che non sviluppa un gioco dal 2008, per intenderci meglio da Turok; uno studio che si è dedicato ultimamente ai porting di molti giochi, e non quello che ha dato vita all’originale, ovvero BioWare. Allora perché un annuncio del genere ha scatenato così grande entusiasmo? Siamo così tanto legati a questi brand da essere diventati ciechi dinanzi a queste operazioni di mercato, abbastanza subdole in certi casi, da acquistare qualsiasi cosa solo perché è legato a un certo ricordo della nostra infanzia? L’effetto nostalgia è un po' una piaga di questo periodo, non solo del mondo videoludico, stranamente anche di periodi che non abbiamo realmente vissuto, come il prepotente riemergere degli anni ‘80 ormai inseriti ovunque e dovunque, che non coinvolge esclusivamente chi ha vissuto quel periodo, ma anche altre generazioni. Di per sé la nostalgia non è di certo una male, soprattutto se non viene sfruttata come in questi casi, basterebbe un porting per rivivere quelle sensazioni provate in passato e non una remaster o un remake, o nel migliore dei casi un reboot, per citarne uno l’eccellente reboot di Prey.


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Personalmente preferirei avere la possibilità di rigiocare una delle mie opere preferite, ossia Metal Gear Solid 3: Snake Eater, su PS5 attraverso un porting, piuttosto che un remake di quest’ultimo, di cui non si sente minimamente la necessità. L’unica necessità che avverto è quella vivere sempre nuove storie, nuove esperienze, che riescano a creare sensazioni paragonabili a quelle che ho vissuto giocando le mie opere preferite e alcuni dei pilastri di questo medium, non riviverle in continuazione, solo in questo modo potrà fare un salto in avanti e migliorare quest’arte. Bisogna andare al di là delle regole di mercato e superare questi ostacoli, per settare nuovi standard, mirando a una continua ricerca della bellezza e dell’innovazione, partendo anche dal passato che non deve mai essere tralasciato, ma non può neanche essere l’unica ancora di salvataggio. La mia speranza è che autori dal livello di Kojima, di Neil Druckmann e quel genio folle di Yoko Taro, per citarne alcuni, non finiscano mai di sorprenderci con la creazione di nuovi mondi, sì virtuali, ma che respirano e che vivono in un certo modo come le più grandi opere letterarie e cinematografiche. L’arte non deve mai fermarsi, deve sempre evolversi e lasciare sempre largo spazio alla sperimentazione. Questa è l’unica strada per far esplodere definitivamente la decima arte, e non esclusivamente dal punto di vista economico.

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