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Il pasto nudo di Cronenberg e Pasto nudo di Burroughs

Una riflessione straniante e carnale sulla pericolosità dello scrivere e del creare.


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Trama:


William Lee, di professione sterminatore di scarafaggi, scopre che sua moglie Joan fa uso della polvere gialla da lui utilizzata per uccidere gli insetti come stupefacente. Lee, convinto dalla moglie a drogarsi anch’egli con la polvere gialla viene arrestato in stato di allucinazione dalla polizia: qui vede un scarafaggio gigante che professa di essere un agente segreto sotto copertura. Quest’ultimi assegna a Lee un’importantissima missione, ovverosia uccidere Joan, la quale sarebbe una spia dell’organizzazione segreta Interzone.


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Analisi:


Con la trasposizione cinematografica di David Cronenberg del 1991 dell’opera più celebre di quel genio drogato che era William Burroughs, il regista canadese filma l’infilmabile. Infatti, il libro di Burroughs, scrittore della Beat Generation movimento ascetico del secondo dopoguerra negli Stati Uniti, è un’opera complessa che dà la stessa sensazione che si ha quando si vive un sogno, o meglio un incubo. Un viaggio straniante, disturbante e folle che segna in maniera profonda chiunque decida di avventurarsi con la lettura di questo romanzo.


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Occorre fare una premessa necessaria, l’opera cinematografica di Cronenberg non è fedele pedissequamente al romanzo di Burroughs ma ne assorbe la visione, contaminandola con la propria, realizzando un prodotto a quattro mani. Inoltre, il film del maestro del body horror riprende a piene mani dalla vita dell’autore della Beat Generation. A tal proposito, si evidenzia che il Pasto nudo, origina da una serie di appunti che Burroughs scrisse praticamente sempre sotto l’effetto di eroina nel periodo in cui si trovava a Tangeri, in Marocco. Il quale ci si trovava in seguito all’omicidio involontario (“forse”) della moglie, mentre giocavano a fare il Guglielmo Tell con in mano una rivoltella e lei probabilmente con una mela sulla testa.


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Se da una parte, il Pasto nudo di Burroughs rappresenta un viaggio all’inferno, ovverosia quello che intraprende un tossicodipendente in grado di elaborare un mondo fittizio in cui i protagonisti sono semplici pezzi di carne che si muovono senza uno scopo, ed altresì una allegoria dell’America iperconsumista ‘non libera’ degli anni ’50; la pellicola di Cronenberg è interessata maggiormente alla scrittura, alla parola e soprattutto alla creatività.


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L’opera di Cronenberg, attraverso alcuni stilemi tipici del suo cinema, come la perversione sessuale, la carnalità – si pensi agli orifizi anali degli scarafaggi giganti - e le atmosfere soffocanti, questa volta si sofferma e focalizza sulla nuova parola, dicendo ciò che non si può dire e mostrando ciò che non si può mostrare.


Un incubo reale, un film ultra sperimentale che adatta in maniera incredibile la visionarietà dell’opera più trasgressiva di Barroughs.



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